Atemisia Fine Arte è lieta di presentare l’incontro lirico e silenziosamente rivoluzionario tra Giorgio Morandi ed Ettore Spalletti: due artisti italiani che, pur appartenendo a periodi differenti, hanno saputo rendere l’essenza il punto centrale del proprio linguaggio visivo.
Giorgio Morandi, con la sua pittura assorta e rarefatta, ha elevato gli oggetti più umili – bottiglie, vasi, fiori – a presenze assolute. Il soggetto, apparentemente semplice, si svuota di ogni funzione narrativa per assumere un valore pittorico autonomo, plastico e meditativo. L’intento, come egli stesso dichiarava, non era quello di raccontare, ma di “fare pittura”: un atto di concentrazione assoluta, in cui ogni forma trova equilibrio e necessità nella relazione con lo spazio che la contiene.
In questo processo di riduzione al nucleo essenziale, Morandi anticipa, senza proclami, molte delle istanze che segneranno l’arte della seconda metà del Novecento: l’astrazione, il minimalismo, la riflessione sul valore oggettuale dell’opera. Ma ciò che in lui rimane unico è l’afflato lirico con cui ogni cosa sembra emergere dal silenzio, sospesa in una luce senza tempo, in un’aria che si può quasi respirare. La pittura diviene così luogo di apparizione, non rappresentazione.
È da questa soglia che si apre, anni dopo, il percorso di Ettore Spalletti. Egli raccoglie l’eredità morandiana e la trasporta in un nuovo territorio: quello dello spazio reale, abitato, percorribile. Se in Morandi la forma si comprime nella superficie del quadro, in Spalletti essa si espande, si fa corpo, volume, architettura sensibile. Le sue superfici polverose e monocrome, intrise di pigmenti calibrati con cura estrema, non sono semplicemente da guardare: sono da percepire, da vivere. Ogni opera modifica la luce dell’ambiente in cui si trova, la rifrange, la trasfigura. Pittura e forma coincidono, colore e materia si fondono, tempo e spazio si dilatano in una presenza contemplativa e solenne.
In entrambi gli artisti, ciò che conta non è la narrazione, ma la rivelazione. La loro è una disciplina dello sguardo, un’etica della misura, una spiritualità senza dogmi. In Morandi, la pittura è una soglia di silenzio interiore; in Spalletti, è una soglia fisica che invita a una meditazione spaziale. Se il primo ci insegna a guardare dentro l’immobile, il secondo ci insegna a vivere dentro il colore.
Non si tratta, dunque, di un semplice confronto tra due maestri, ma di un dialogo sottile e profondo tra due visioni che condividono una stessa tensione verso l’assoluto. Laddove Morandi distilla la realtà per sottrazione, Spalletti la eleva per immersione. Entrambi, però, ci pongono davanti a un’esperienza della forma che è insieme materiale e metafisica, concreta e poetica.
Nel silenzio vibrante delle loro opere si avverte la stessa domanda: cosa rimane, quando tutto il superfluo è stato tolto? La risposta è una presenza austera e luminosa, che continua a parlarci con voce bassa ma inconfondibile. Ed è in quella voce che, oggi come allora, si manifesta il senso più alto dell’arte.